Essere madri
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Quando si diventa madri?

Qualche tempo fa ho pubblicato un video su YouTube nel quale rispondevo alle domande che mi erano state poste riguardo all’adozione. Nostra figlia era entrata nella nostra famiglia solo poche settimane prima, sui social avevo condiviso parte di questo bellissimo percorso, e ho voluto soddisfare le curiosità di tante persone che volevano entrare ancora più a fondo in un argomento, quello dell’adozione, tanto profondo quanto sconosciuto.

Una delle domande che mi era stata posta è: “Ti sei sentita subito madre?
Ho risposto con molta sincerità, ammettendo che no, non mi sono sentita madre immediatamente, nell’attimo stesso in cui ho incontrato gli occhi della nostra bimba.

Non l’avrei detto, ma nei giorni successivi ho ricevuto moltissimi messaggi privati, anche di madri biologiche, in cui mi veniva “confessato” che anche loro, all’inizio, non si erano sentite madri.

Quello che ho percepito è stato un sentimento quasi di liberazione, poter finalmente parlare con me di qualcosa che avevano tenuto dentro per tanto tempo, per paura del giudizio degli altri. Perché se non si ama immediatamente e incondizionatamente il nostro bambino, non possiamo che essere madri orrende e dobbiamo solo vergognarci.

E’ stato a questo punto che mi sono resa conto di quanto sia importante condividere anche le emozioni negative che a volte, inevitabilmente come esseri umani, proviamo. Che poi, se le guardiamo bene, queste emozioni non sono poi realmente negative. Sono perfettamente naturali, ma in quanto madri crediamo che un pensiero che si allontani anche solo leggermente dall’amore incondizionato e dal sacrificio materno, sia da bandire.

Quindi stiamo zitte, e pensiamo di essere sbagliate.
Non so perché io mi sia sentita tanto tranquilla nel parlare di questo argomento, credo sia dovuto principalmente al fatto che sono fatta così, difficilmente trovo qualcosa di cui non voglio parlare, e ho sempre riconosciuto l’importanza di condividere i sentimenti che provavo, perché ricevevo indietro comprensione e sostegno, anche inaspettatamente.

In ogni caso, confermo che è assolutamente normale aver bisogno di tempo per sentirsi madri al 100% (e probabilmente questo vale anche per i padri!). E non perché siamo dei mostri senza cuore, ma perché semplicemente è normale aver bisogno di conoscere un altro essere umano un po’ più profondamente, prima di poterlo amare con tanto trasporto.

Questo non significa che il giorno in cui ho visto mia figlia, io sia rimasta indifferente, e non le abbia voluto bene. Al contrario! E’ stato un momento emozionante, così profondo che lo porterò nel cuore per tutta la vita. Una sensazione molto simile, credo, a quella che prova una madre quando dopo ore di travaglio incontra gli occhi di suo figlio per la prima volta.

Ma dopo un primo momento in cui ci si perde nella grandezza di quello che sta succedendo, arrivano le paure.
Che cosa diavolo devo fare adesso?
Come si tiene in braccio un essere così piccolo? Non ne sono capace, credo che lo farò cadere. E mi guarderanno tutti, scuotendo la testa.
Cosa dico a questa bambina che mi guarda e mi chiama “mamma”? Devo sorridere di più? Perché ho voglia di piangere?

E tante, tante altre domande. Tante frasi nella nostra testa che evidenziano le nostre mancanze e ci sottolineano quanto sia grande la responsabilità che ci stiamo prendendo. Perché accudire un figlio non è mica cosa da poco! Vi rendete conto della grandezza di quello che stiamo per fare? Stiamo per far muovere i primi passi nel mondo a un altro essere umano (o nel mio caso, stavo per prendere per mano una bambina e farle imboccare una strada tutta nuova, mai percorsa e piena di misteri). Ci stiamo prendendo la responsabilità di far crescere quell’essere umano, dargli delle regole, fargli capire cosa sono il bene e il male, dargli cibo, acqua, vestiti, un’educazione. E poi abbracci, e cerotti sulle ginocchia, e fazzoletti per le lacrime, e litigate per insegnare qualcosa, e dubbi, e chiacchiere la sera a letto per paura di aver fatto la cosa sbagliata.

Donne, amiche mie (e amici miei, perché anche i padri sono coinvolti in questo grande percorso): vi rendete conto di quanto lavoro ci sarà da fare? Certo che ve ne rendete conto, lo avete pensato proprio in quell’attimo in cui avete incontrato lo sguardo di vostro figlio o vostra figlia.
Quindi direi che provare un po’ di timore all’inizio sia assolutamente normale e giustificato!

Ecco quindi perché non dobbiamo aver paura di quello che proviamo, anzi. E’ giusto accettarlo, e soprattutto è giusto parlarne, perché nessuna madre si senta a disagio per quello che prova.

Questo non significa che il primo sentimento che proviamo per i nostri figli sia repulsione, o distacco. Semplicemente c’è bisogno di tempo per conoscerci, come per qualsiasi rapporto. Spesso bastano pochi giorni, ma se necessitate di qualche settimana, non c’è di che meravigliarsi.
Poi arriviamo a riconoscere quel pianto che indica la fame, che è diverso da quello del mal di pancia. Capiamo che se ha un certo sguardo significa che si sta concentrando, e che se lo prendo in braccio in una certa maniera, a lui/lei piace tanto, e sorride.

Ed ecco che arriva l’amore incondizionato. E siamo finalmente madri e padri. Perché quel bambino o quella bambina sono veramente nostri, si è creato un legame.

Non fraintendermi, le paure ci sono ancora. Non se ne andranno mai.
Ma improvvisamente siamo consapevoli che l’amore che proviamo potrà sconfiggerle tutte, una per una
.

Ti sei mai sentita così? Hai voglia di parlarne? Ti aspetto nei commenti!

Ti lascio il video del quale parlavo all’inizio, nel caso tu fossi curioso/a.

Vivo in campagna, scrivo, faccio yoga e cerco di vivere le mie giornate apprezzandone ogni dettaglio. Ho un marito amorevole, un bassotto che sbaciucchierei tutto il giorno, e sono da poco diventata mamma di una bambina nata lontana da me. Amo leggere, soprattutto all'aperto o davanti al camino acceso, e cerco di condurre una vita sostenibile, rispettando la terra che mi accoglie. E condivido su internet ciò che rende la mia vita tanto ricca.

2 commenti

  • Arianna

    Ciao sono Arianna e sono nel pieno del viaggio adottivo. Seguo i tuoi video da un po’ e ovviamente quelli che riguardano il tuo percorso che ti ha portato alla tua bimba, sono i video che più seguo. A breve io e mio marito dovremmo partire per il paese che abbiamo scelto. Eravamo sereni e ormai la nostra mente e il nostro cuore guardavano fiduciosi all’adozione internazionale. Un viaggio sicuramente difficile, lungo, faticoso, sia psicologicamente che, inutile nasconderlo, anche economicamente. Ma è questa la nostra strada, anche e soprattutto perché la nazionale è, si sa, per pochi fortunati. L’altro ieri invece veniamo chiamati dal tribunale dei minori di Milano e oggi siamo andati per un colloquio. Inizialmente tranquilli, proprio perché il nostro cuore ormai è in Ucraina, durante il colloquio le domande si sono fatte sempre più spinose. Ancora una volta essere sotto esame, analizzati, giudicati. Domande che per noi non avevano alcun senso, dover prevedere eventuali problemi di salute, psicologici, rischi evolutivi e dover dire come pensiamo di affrontarli. Alla fine io e mio marito eravamo senza energie, come svuotati. Basta domande, sono due anni che ci chiamate per farci sempre le stesse domande, per giudicarci, per chiederci come pensiamo di fare i genitori. Ti scrivo queste cose perché avevo bisogno di farlo con qualcuno che ispiri la mia fiducia e che forse ha passato quello che stiamo passando noi.
    Il nostro cuore è e resta in Ucraina, dovremmo partire a settembre per vedere quali bambini ci propongono in abbinamento e per sapere se finalmente è arrivato il nostro turno e diventare una famiglia più grande. Ma l’incontro di oggi ci ha frastornati, ancora una volta messo in subbuglio le nostre emozioni, le nostre convinzioni. In metropolitana, per tornare a casa, non abbiamo detto una parola, eravamo in trance.
    Se dietro questo incontro c’era una ipotesi di abbinamento, non credo che ci richiameranno mai e questa cosa, ogni volta, è come un’altra perdita. Su quel sedile in metropolitana mi sentivo come mi sono sentita nei miei 3 aborti. In lutto, come se avessi perso l’occasione di essere madre.
    Ora dovremmo ancora una volta far rimarginare la ferita, rialzarci e andare avanti come sempre.
    Grazie anche solo per avermi dato la possibilità di lanciare questo messaggio nella bottiglia.
    Grazie per la tua bellissima storia di amore con tua figlia.
    Arianna

    • Martina Belli

      Ciao cara Arianna,
      prima di tutto voglio ringraziarti per avermi lasciato questo commento ed esserti aperta con me. Tutto ciò che racconti di provare, è qualcosa che conosco e capisco perfettamente.
      Questo genere di colloqui esistono in molti tribunali, compreso il mio di Firenze. Non so per quale motivo ancora esista la convinzione che i genitori adottivi si bevano la scusa che si tratta solo di colloqui di aggiornamento. Sappiamo tutti che dietro ci sono possibili proposte di abbinamento e di conseguenza aspettative, attese, fantasie e speranze che un genitore adottivo si fa ogni volta, per poi dover tornare con i piedi per terra e continuare ad attendere (se non è fortunato).
      Quello che posso dirti è che percepisco la vostra forza, il vostro coraggio. Il vostro cuore è in Ucraina? Benissimo, i vostri figli vi aspettano lì e non sarà certo un tribunale crudele a buttarvi giù. Te lo dico per esperienza: noi possiamo affrontare di tutto, perché ciò per cui lottiamo è più importante di ogni altra cosa.
      Vi faccio i miei più sentiti auguri per settembre, sono sicura che andrà tutto bene. Il tempo di diventare genitori si avvicina.
      Vi abbraccio forte forte.

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